Il desiderio di gestire team numerosi nasce dalla sindrome del possesso

–di Francesca Contardi * | 8 Febbraio

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Siamo la civiltà del possesso. Possediamo auto, case, oggetti di ogni genere. Chi più possiede più è in auge, o almeno ritiene di esserlo. Questo concetto del possesso ha iniziato a dilagare anche quando si parla di gestione delle persone: più persone lavorano per me più valgo. Effettivamente gestire team numerosi e magari culturalmente diversi è una bella opportunità di crescita, ma non è detto che per crescere professionalmente si debba necessariamente guidare un numero sempre più elevato di risorse.

Molte aziende hanno portato alcune funzioni base fuori dall’Italia negli shared service center, altre più di controllo sono state ubicate negli headquarter, spesso all’estero. Molti manager o direttori in Italia si ritrovano con team molto snelli e con riporti funzionali in giro per il mondo. Durante i colloqui, alla domanda «quante persone ha gestito o gestisce?» le risposte sono le più diverse. Pochi considerano “proprie” le risorse all’estero, perché di fatto non sono gerarchicamente sotto la loro egida. E con alcuni di loro ci siamo trovati ad affrontare il tema del “possesso” delle risorse.

In passato, credo molto più rispetto ad oggi, avere tante persone a riporto voleva dire anche avere tanto potere. E spesso la cessione o la crescita delle risorse veniva rallentata se non addirittura ostacolata per paura di perdere quell’ipotetico potere. La componente gestionale di team resta comunque un passaggio di crescita che non tutti riescono a fare. Essere un buon capo è un mestiere complesso, che si complica decisamente quando le persone a riporto sono tante e non si hanno dei collaboratori che possono a loro volta gestire delle risorse.

Molte società non hanno ancora trovato un modo per premiare chi non solo forma le persone, ma poi è in grado di lasciarle andare per la loro strada anche senza averle a diretto riporto. Riuscire a premiare questa capacità manageriale sarebbe molto positivo per tutti, anche per le aziende che avrebbero al loro interno più potenziali senza rischiare che questi, prima o poi, vadano via per mancanza di opportunità di sviluppo.

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